Uno poi cerca di farsi la sua banale vita e si ritrova davanti un paio di occhiali bianchi. Un comunissimo paia di occhiali bianchi, quelli grandi, quelli che ti coprono tutta la faccia, quelli di ieri. No, perché il mio masochismo mi suggeriva per sino di comprarli, me li piazzo in faccia, mi guardo allo specchio del negozio e voltandomi verso mia madre noto la sua faccia mista a disgusto e divertimento.

“Sembri un moscone Mirià” dice mamma, poi aggiunge. “ Ma se vuoi comprarli!”

“No, no. Non mi stanno bene.” Le rispondo soltanto.

Il fatto è che non è vero, o meglio il mio era solo un tentativo disperato di comprare una reliquia da mettere nel cassetto, e guardarla, e pensare. Pensare cosa poi?. Tutto e niente. Basta il più banale oggetto a riportarti alla mente cose che cerchi di sotterrare sotto metri e metri di terreno scuro, ma i ricordi sono più forti, riescono sempre a risalire.

Cosa avrei pagato un tempo per indossare i tuoi occhiali. Nella mia testa di bambina erano addirittura un pezzo di te, insomma un accessorio imprescindibile dalla tua persona, come se fossero  due occhi, dei capelli, dei denti, sono lì perché completano e fanno la tua persona, non sono mica un pezzo in più. Compri la macchina, compri il volante. Poi c’eri tu e i tuoi occhiali. Quando mi capita di incontrare qualcuno con un paia simile sobbalzo in aria, quasi sembro nascondermi, puntualmente mi accorgo che non sei tu, e allora inizio a fissarli, quasi come se ne fossi ipnotizzata.

Mi dispiace scocciarti, lo faccio sempre. Cerco in tutti i modi di trattenere il mio entusiasmo, a volte ci riesco e metto da parte il telefono fingendo di non pensare, altre volte pigio i tasti senza neanche rendermene conto, ti scrivo pure cose idiote, ti chiedo come stai, cosa fai, ma ancora tremo di paura. Non voglio essere ridicola, tutto qua, ma qualunque cosa faccia o dica mi sento troppo un pagliaccio, il pagliaccio dal nasone rosso e i capelli arancio che ancora è lì, ancora si fa problemi, e ancora e ancora.

Poi arrivano i tuoi auguri, belli. Ci volevano proprio, il contenuto non è altrettanto bello ma lì per lì mi andavano pure bene, ma rileggendo e rileggendo mille volte la stessa frase sono arrivata ad una triste conclusione. Del tipo “Evita di cercarmi, siamo cosa vecchia ormai”, io non mi sento cosa vecchia, è tutto da rifare, mettere apposto, dimenticare molte cose e tenersi solo quelle belle bene in mente, ma tu non vuoi e va bene e va bene. Mi va sempre bene tutto di te. Ero in cerca di un consiglio sai? Si è rifatta viva una persona del passato, e volevo sapere cosa ne pensavi, cosa mi consigliavi di fare e dire, ma pure questa volta tu non ci sei. Il mio messaggio d’aiuto è rimasto lì appeso sulla corda delle richieste che in tutti questi anni ho cercato di avanzare,e son rimaste tutte lì. A te non piaceva quella persona, ricordo che mi dicevi che ti era antipatico, ormai non lo ricordi più, ma non ti andava proprio a genio, e non so per quale assurdo motivo.

Qualcuno direbbe che sei fuori dal mondo con il tuo modo di essere e il tuo modo di comportarti, che calcoli spesso, che ami sentire quando qualcuno soffre d’amore per te, che sei pure un po’ egoista. Forse per un attimo le ho pensate anche io tutte queste cose, ma ci trovavo una spiegazione e la continuavo a ripetere al mondo e anche a me stessa. “E’ vero, ma è una persona fragile, è dolce.. vuole soltanto giocare non far del male”. Giustificavo le tue malefatte, anche se non è sempre giusto così, avresti dovuto anche tu come tutti avere le tue punizioni, le tue smentite, i tuoi insuccessi, ma per me resti sempre l’eroe romantico che ho conosciuto tanti anni fa.

Il cursore lampeggia e mi segna che sono due pagine quelle che ho appena scritto. Ma non bastano sai? Non basterebbero neanche cento, neanche mille, è che a te c’è sempre qualcosa da dire, da ricordare, da sussurrare. Per stavolta hai vinto tu, ma il mio è più un divieto che una resa, perché io non mi arrendo mai.

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